KEEP CALM AND “DO THE MIA DANCE” – Stai calma e “danse le Mia”


Ballare è, fin dai tempi dell’uomo delle caverne, un modo per sentire la vicinanza con la Terra ed il cielo. Si occupa tutto lo spazio disponibile, c’è il contatto dei piedi col suolo, le mani si muovono nell’aria, volteggiando si perde l’equilibrio e si percepisce l’influenza della gravità cui siamo soggetti tutto il tempo, ma il risultato è una sensazione di leggerezza e di dominio delle nostre azioni, anche quando si è completamente negati per la danza. Muovere il nostro corpo diversamente da come si è abituati a fare camminando ci da percezione completa di esser parte di un unico grande sistema fatto di molecole unite tra loro. Se non avete mai provato a danzare liberi, come se nessuno vi stesse guardando, vi consiglio vivamente di farlo, almeno una volta nella vita, mettetelo nella lista dei “to do”, imponetevi un istante di follia in una vita piena di regole e comportamenti imposti. Almeno, questo è il mio consiglio, ed è così che ho deciso di vivere.

Sono trascorsi quasi due mesi e mezzo da quando sono arrivata qui, la mia vita è cambiata radicalmente, non lo dico per vantarmi né per cercare consensi, semplicemente lo affermo. Ed affermazione è la parola chiave.

Il Cap Sizun, il promontorio del Finistère in cui mi sono trasferita, è un luogo non facile, la gente è molto riservata ed attaccata alle proprie tradizioni, diffidente per certi versi nei confronti di ciò che gli è estraneo ma pronta ad aprirsi al cambiamento e quasi desiderosa che questo avvenga. Qui non siamo bretoni, qui siamo “capistes”, la gente del capo ed uso la prima persona plurale perché qui ormai sono conosciuta ufficialmente come Sara, l’italiana du Cap. Ci ho messo un po’, un bel po’. Ho trascorso intere serate da sola, seduta al bancone del pub del paese, serate in cui le uniche parole che scambiavo erano quelle col barista per ordinargli una birra e pagare il conto. Ed è stato proprio John il primo ad accettarmi, a chiedermi come fossi finita qui, a sorridermi quando arrivavo al bar. E una sera, complice l’atmosfera alcolica del weekend, dei ragazzi hanno cominciato a chiacchierare con me. Da quel momento in poi ho ricevuto inviti a cena, scambiato numeri di telefono, sono andata a un barbecue di compleanno, ho iniziato a ritrovare le stesse persone nelle serate del fine settimana, sono andata in discoteca, sono andata alla finale del campionato di calcio della regione, ho dato passaggi in auto, ho organizzato una cena italiana a casa, ho iniziato ad affezionarmi ad alcuni di loro, ho giocato a biliardo, freccette e calciobalilla con chiunque mi chiedesse se avevo voglia di fare una partita. Non è stato tutto immediato, sia chiaro, ogni weekend sembrava di ripartire da zero, ma il fatto di avere un luogo di aggregazione come  il Mac Laughlins pub, in cui hai la certezza quasi matematica di incontrare facce conosciute, molto ha fatto.

Il merito più grande però lo devo alla musica. Sì perché, da quando ho iniziato a suonare la chitarra e cantare al barbecue di qualche domenica fa, i cuori si sono scaldati. Non c’è molta musica sul Cap Sizun; c’è la terra da rivoltare, ci sono le patate da raccogliere, ci sono le reti da ritirare, le sardine da eviscerare, ci sono i maiali da sgozzare e i muri da intonacare, c’è da andare al pole emploi a vedere se salta fuori qualche CDD. In pochi hanno il tempo di mettersi a studiare musica durante l’adolescenza, si cresce in fretta qui in campagna, come in tutte le campagne del mondo. E la tradizione è importante, per cui c’è più spazio per la musica bretone che per quella moderna, si imbraccia la cornamusa, si soffia nella bombarde e si picchia sui rullanti. Ma se arriva qualcuno con una chitarra e si mette a cantare ci si ferma ad ascoltarlo, e se piace gli si chiede di continuare. E così è stato. Giro con la chitarra in macchina, suono praticamente tutti i giorni, quando smetto un po’ per bermi una birra e fumarmi una paglia arriva subito qualcuno a dire “basta? Non suoni più? Peccato” e così riprendo, non vorrei mai privarmi del piacere di piacere, egocentrica come sono, né tantomeno smettere di crear legami sinceri con le persone del posto che hanno imparato un po’ a conoscermi anche grazie al mio egocentrismo. Se già a Milano mi capitava spesso di sentirmi differente, diversa, anche se tra così tante persone poi ci si mimetizza bene, qui sono proprio un pesce fuor d’acqua, e a volte spavento o creo diffidenza. Ma alla fine, tutti quelli con cui sto instaurando un rapporto più stretto, mi dicono “meno male che ti ho conosciuta un po’ di più” e allora mi tranquillizzo e penso che restar sé stessi sia la cosa più giusta da fare, sempre, in ogni occasione, perché l’onestà di spirito in fondo paga e appaga.

E cominciare a far parte della comunità significa, a volte, prender parte anche ad eventi dolorosi. Così venerdì sono stata al funerale del papà di un amico, malato da tempo. Il paese era invaso dalle macchine, l’uomo era conosciuto e stimato da molti, così come i suoi figli, parte attiva della comunità dato che suonano nel bagad e giocano nella squadra di calcio locale. Ci saranno state almeno 400 persone, la chiesa non riusciva a tenerle tutte e quindi in molti siamo rimasti all’esterno, in silenzio, aspettando di portar omaggio alla salma. Tutti, uno ad uno, al termine della funzione, siamo entrati e abbiamo salutato i parenti e il defunto. Sapete bene quanto io sia allergica alle chiese ed alle funzioni religiose in generale, ma ho scelto di esser parte di loro e questo comporta anche fare qualcosa di completamente diverso dal solito. Finite le esequie tutti ci siamo spostati al bar, dove era stato organizzato un piccolo aperitivo e dove, al tavolo con amici conosciuti e nuovi abbiamo cercato di render l’atmosfera meno triste. Ho trovato tutti molto composti nel loro dolore, anche forse troppo, ma credo che faccia parte della rigidezza del luogo, in cui le emozioni posson esser prese per debolezza.

Domenica invece c’era un torneo di calcio organizzato allo stadio, 10 squadre locali si sarebbero sfidate in mini partite da 20 minuti ciascuna, prevista grande affluenza di pubblico e di conseguenza, evento a cui presentarsi per farsi conoscere da sempre più persone. Purtroppo la festa si è presto trasformata in tragedia, un uomo di 44 anni è collassato a terra poco dopo aver giocato, la situazione è apparsa grave fin da subito, quando, soccorso da due pompieri che partecipavano al torneo, abbiamo visto che gli praticavano il massaggio cardiaco. L’ambulanza è arrivata dopo circa una ventina di minuti, hanno usato il defibrillatore, ma niente, l’uomo non si riprendeva. Poi ci hanno fatto sgomberare il campo perché era in arrivo l’elicottero. Giocatori e partecipanti alla giornata, tutti in silenzio, col fiato spezzato, nessuno si muoveva, chi era in piedi restava in piedi, chi era seduto fissava nel vuoto, le poche notizie che ci giungevano erano che ogni volta che il cuore ripartiva, poco dopo si fermava nuovamente e dunque non riuscivano a stabilizzarlo per portarlo via in elicottero verso l’ospedale più vicino. Il calvario è durato un’ora e mezza, tutti ci si confrontava, si parlava di quest’uomo giovane, con un figlio di soli 3 anni, e di suo padre, che ben conosco dato che è un omino gentile che si rivolge a me in bretone ogni volta che ci si incrocia al bar e della moglie, che è arrivata al campo gridando e disperandosi.Perché sento il bisogno di raccontarvi una cosa così brutta? Perché anche questo fa parte della mia vita di adesso, anche lo stringermi in silenzio attorno a gente incredula, che non trova le parole per quello che sta succedendo davanti ai propri occhi e che si rifugia dietro poche sillabe dette a mezza voce e che suonano tremendamente internazionali: “merde”. La vicinanza con la morte fa apprezzare sempre ciò che si ha, anche se è poco, ma che al confronto di chi è a un passo dal lasciare questo mondo, si rivela comunque essere un gran tesoro e se già avevo la certezza di esser caduta in un forziere pieno di ricchezze ineguagliabili, domenica ne ho avuto la conferma. La vita è quella cosa senza la quale niente avrebbe più senso e, suonerà pure scontato o sembrerà una frase fatta, ma quante volte ci siamo fermati davvero a pensarci? Quante volte ci siamo disperati per le situazioni avverse che ci si paravano davanti, una dietro l’altra? Quante volte abbiamo pensato di non avere una via d’uscita? Io per prima posso dire di averlo fatto spesso ma da quando sono qui, da due mesi e qualcosa, questo è ciò che in me è davvero cambiato. L’ape non arriva, il ritardo è clamoroso e mi ha già fatto perdere un sacco di potenziale lavoro, le giornate sono lunghe a passare quando non si ha molto da fare e i soldi escono dalle tasche senza farvi rientro. La preoccupazione della mia famiglia è più che palpabile, trovare una casa senza avere la possibilità di dimostrare di avere delle entrate è impossibile, i documenti da fare sono ancora molti ed io sono qui bloccata, sospesa in una sorta di limbo ma non mi dispero, non do di testa e soprattutto non perdo mai il sorriso. Sto vivendo, sto vivendo il mio sogno, sto vivendo al 100% e forse anche qualcosina di più, non dico che sarei pronta a morire domani, durante una partita di calcio in un giorno di festa, ma di certo, ora, sarei pronta ad accettarlo perché sono davvero in pace con me stessa, come non mi capitava da 36 anni a questa parte.

E quando i problemi arriveranno, perché è così che va la vita, troveranno di fronte una nuova me, forte come non mai e pronta anche a ripartire da zero. Nel frattempo, per non perdere la connessione con l’universo intero, io danzerò “le Mia” e quel che accadrà sarà che alla fine Sara, l’italiana dai capelli rossi, ce l’avrà fatta comunque vada.

E ora, volume a palla e ballate con me. Je danse le Mia

 

 

ONE MONTH OF LOVE – Un mese d’amore

Cantava il mio adorato Freddie Mercury: “Just one year of love is better then a lifetime alone…” (trad.: un solo anno d’amore è meglio di una intera vita da soli) e per me, ora che sono qui, questa frase vale per ogni singolo giorno.

One year of love – Queen

Il tempo si sa, corre veloce e ci sfugge dalle mani, lasciandoci spesso la sensazione di non esserci passati attraverso a quelle giornate di vita. Questa volta però non è così, non per me. E’ un mese esatto che sono espatriata e diventata a tutti gli effetti bretone, e di questi 30 giorni ho ricordi netti, intensi e presenti.

Il 28 marzo, insieme a Laura (Scheggia), Francesco e Francesca (I Frenkis), abbiamo caricato due macchine, e per caricato intendo fino al tetto dell’auto, gabbia con coniglio inclusa, chiuso la porta di Via Daddi e siamo partiti alla volta della Bretagna. Salutare mia madre sotto casa è stata una delle cose più difficili del mondo, ancora adesso, mentre lo scrivo, gli occhi mi si ingolfano di lacrime; perché se è vero che non sono partita in direzione Luna a bordo di uno shuttle a carbone, e che, male che possa andare, in aereo ci vogliono al massimo 5 ore comprensive di uno scalo, dire al tuo affetto più grande “Arrivederci”, sapendo che vorrebbe esserti sempre vicino per aiutarti, è uno sforzo enorme. Per fortuna che ero alla guida dell’ammiraglia, così con la concentrazione della guida, nel giro di pochi chilometri l’angoscia si è placata lasciando spazio al brivido dell’avventura. Arrivati al Frejus abbiamo fatto una breve sosta, per darmi il tempo di salutare l’Italia. Poi il tunnel, metafora della rinascita, e 40 euro in meno ed ecco che siamo in Francia.

Il primo giorno di viaggio è quasi volato, anche se le tempistiche si sono un po’ allungate strada facendo, così siamo giunti al bed and breakfast prenotato per la sosta che già faceva buio. Chupito, il mio coniglio, era talmente traumatizzato dal viaggio che non è nemmeno uscito dalla gabbietta una volta liberato nella stanza.

Il secondo giorno, a metà strada, la Gisella III, la mia ammiraglia, a momenti ci lascia a piedi, fortuna che l’avevo portata ben tre volte in Midas perché fosse messa a punto per affrontare 1500 chilometri di viaggio carica a tuono. E fortunati i meccanici della Midas che si trovavano già a 1200 chilometri da me, perché la voglia di prenderli a schiaffi è stata tantissima. Riusciamo a proseguire il viaggio, un po’ meno rilassati certo, ma in serata giungiamo a destinazione. Qualche convenevole con la mia nuova proprietaria di casa e poi, dopo aver sistemato qualcosa e mangiato una bella pastasciutta, ci siamo buttati sotto le gelide coperte della mia nuova gelida casa.

I giorni son trascorsi tra uno scatolone e l’altro, il camion con la mia casa dentro è arrivato puntuale e con tutto il materiale intonso, abbiamo fatto spese come se non ci fosse un domani, o meglio, spesa per un sacco di futuro davanti. Abbiamo anche trovato il tempo di fare delle gite, di goderci tutti insieme la bellezza di questa terra, siamo stati a un concerto, abbiamo mangiato tonnellate di pesce e crostacei, bevuto birra, vino, sidro, lambig, rum, vodka, non per forza in quest’ordine e comunque ogni tanto ci siamo idratati con dell’acqua. Così, tra un documento ottenuto e una macchina risistemata dai tecnici Peugeot, tra una folata di vento e una camminata sulla spiaggia, qualche giorno prima della loro ripartenza siamo andati, insieme anche ad una coppia di miei amici di qui, alla Pointe du Raz, in pellegrinaggio come da copione. E il Finistère si è rivelato in tutta la sua maestosità, rovesciandoci addosso litri di pioggia, ma solo da un lato! Quello rivolto all’oceano, chiaramente, da cui provenivano schiaffi d’aria direttamente dalla scogliera. Ma qui, si sa, il tempo cambia in fretta ed a questo si aggiunge la magia e la sacralità del luogo, per cui è bastato chiedere a mio padre, mentre osservavo il Phare de la Vieille resistere al Raz de Sein, la corrente fortissima che divide in due questo punto di oceano, di regalarmi un arcobaleno… e se non ci fossero stati i miei amici presenti potreste benissimo dire che sto romanzando il racconto, ma sono scesa dallo scoglio su cui mi ero arrampicata per rivolgere i miei pensieri e dare un saluto a mio padre, ho alzato lo sguardo e, con gli occhiali fradici di pioggia, l’ho visto, l’abbiamo visto. Un doppio arcobaleno completo, abbracciava tutto il promontorio ed era luminoso e pieno di colori, contrastato dalle nubi nere che minacciose ancora puntavano verso di noi. Ecco, in quel momento, in quel preciso momento mi è scoppiato il cuore, tutta la fatica di questi ultimi mesi è stata spazzata via da un istante di bellezza assoluta, le incertezze e i dubbi si sono dissolti come vapore acqueo, la tristezza ha lasciato spazio alla meraviglia e le mie lacrime scendevano leggere sulle guance e cadendo a terra si mischiavano con la pioggia, continuando così il ciclo naturale dell’acqua. Questa è l’immensità del regalo che ho ricevuto; c’era tutto in quell’arcobaleno: c’erano i miei amici, c’era l’amore di papà, c’era mia mamma davanti al cancello di casa, c’era il mio passato, c’era il mio futuro, c’era la Bretagna e c’ero io, nuda sotto strati di antipioggia e nylon, ma mai così vicina al mio cuore.

 

Il 7 aprile sono ripartiti ed io, quel giorno, mi sono sentita a tutti gli effetti emigrata, per la prima volta. Le settimane a seguire le ho trascorse sistemando casa, facendo nuovi documenti per il mio trasferimento e ricevendone altrettanti via posta, tra cui anche il modulo dell’RSI (equivalente all’INPS) per la dichiarazione dei redditi, ma soprattutto girando nei dintorni, per scoprire cosa c’è “vicino a casa”. Ho fatto tutte le carte Fidaty dei supermercati della zona, ed ogni volta che compilavo il modulo e scrivevo il mio nuovo indirizzo, mi si stampava in faccia un sorriso ebete. Ho scoperto spiagge mai viste prima, camminato in boschi dei quali ignoravo persino l’esistenza, sono andata a fare la pesca a piedi, una delle principali attività del bretone nel tempo libero, sono stata a concerti, ho ballato ed iniziato a conoscere gente, anche se ancora non ho il numero di telefono di nessuno, ma soprattutto, un giorno alla volta, mi sono sempre più innamorata di questa terra.

Se già si ama immensamente è possibile far aumentare questo amore? Mi sento come una dodicenne al suo primo bacio: alla sera, nella mia stanza, continuo a pensare e ripensare alle meraviglie viste, al giallo intenso dei campi di colza che sembrano murales, al profumo dell’aria vicino alle scogliere, alle migliaia di canti di uccelli che intonano il loro saluto al sole tutte le sere, alle varietà di verde e di azzurro che non esiste scala colori che li possa riprodurre, alla ricchezza di questo mare che è bello da vedere e buono da mangiare, alle persone che ti salutano sempre, alle case di pietra che sono tutte dei piccoli gioielli incastonati fra giardini perfetti, agli alberi di camelie e alle distese di aglio selvatico che ne senti l’odore a distanza, ai tramonti infiniti che il sole sembra non volersene mai andare, alla pace e la tranquillità che albergano in me da quando ho messo piede qui.

E piano piano, come è naturale che sia, gli occhi si appesantiscono e finiscono per chiudersi.  Nove ore dopo mi sveglio, la giornata ricomincia, penso “chissà se oggi avrò notizie della mia Ape”, perché ho voglia di iniziare a lavorare, perché ho voglia di costruirmi davvero la mia routine qui e perché voglio capire. Dormo nove ore solo perché sono ancora in vacanza o perché qui, finalmente sono felice?

 

 

PANDORA’S BOX – Il vaso di Pandora

C’è stato, per noi tutti, un momento in cui qualcuno ci ha detto “non aprire quel cassetto” o “non sbirciare dietro alla porta chiusa”, e noi, da bravi disubbidienti, come prima mossa, una volta rimasti soli, abbiamo fatto il contrario di ciò che ci era stato raccomandato. Così fu per Pandora, la prima donna creata da Efesto, su commissione di Zeus; una ragazza bellissima, a cui gli dei dell’Olimpo diedero in dono diverse virtù, tra cui la curiosità. Ma Pandora era curiosa più di un furetto nano albino, che è risaputo esser l’animale più impiccione del pianeta Terra, e al primo divieto di aprire una scatola ha ben pensato “sticazzi! Io voglio proprio vedere che c’è dentro!”. E così ci ricordiamo di lei ancora oggi, come di quella stronza che ha liberato tutti i mali nel mondo, lasciando sul fondo della scatola proprio la Speranza, che forse era l’unica cosa che sarebbe dovuta uscire da quel pacco di regalo fatto da Zeus.

A me le persone curiose son sempre piaciute un casino, forse perché faccio parte di esse e quindi sono assolutamente di parte quando dico che a me, sta Pandora, mi sta pure simpatica. Perché pensa che palle, venire al mondo in un pianeta di dei, praticamente tutti uomini, incazzosi, vendicativi e pieni di sé. Alla prima occasione anche io avrei fatto di tutto per fare una cazzata che sarebbe passata alla storia, solo per prendermi un briciolo di popolarità e dare un senso al mio passaggio. Ed è con questo spirito che è iniziato tutto, la curiosità di vedere fin dove sarei potuta arrivare e ora che son quasi al traguardo posso dire che ne è valsa davvero la pena.

Un mesetto fa sono andata in Bretagna una settimana, per sbrigar faccende burocratiche ed in quei 7 giorni ho aperto ufficialmente l’attività “TARAGNA IN BRETAGNA” , ho ottenuto un domicilio ed aperto un conto in banca. Senza parlare del fatto che una volta registrata l’attività automaticamente sono stata inserita nella previdenza sociale, riceverò per posta la mia Carte Vitale, l’equivalente della nostra tessera sanitaria e tutto senza dover andar più in alcun ufficio. 7 giorni, come quella famosa telefonata mena iazza con la vocina registrata: “7 giorni…”

Al mio rientro ho iniziato ad impacchettare casa e lì ho avuto un’immagine chiarissima del volto di Pandora all’apertura del vaso, che poi era uno scrigno; l’occhio sgranato, la bocca spalancata, le sopracciglia alla Shining  e una manciata di zampe di gallina ad incorniciare l’intera espressione, nel momento esatto in cui ha inventato la parola “sticazzi”. Per uno scatolone che chiudevo, altri dieci attendevano di esser riempiti e poi altri dieci ancora, in un’orgia continua di strappi di scotch e cassetti che vomitavano oggetti di ogni tipo. In questi nove anni di vita singola ho accumulato una quantità di carta che alla Fabriano hanno appeso una mia foto all’ingresso, sulla quale spicca un epitaffio che cita le mie parole: “questo lo tengo che poi magari ci faccio del decoupage”. Per non parlar dei vestiti, che per ogni volta che ho pensato che in fondo non avevo un cazzo da mettermi l’armadio aveva un tremito. Ed i giorni son volati, gli scatoloni si sono impilati in un Tetris perfetto, ma rimanevano sempre in giro cose, cose su cose e altre cose che cosavano cose al loro interno. Dentro a ste cose ho trovato addirittura Pandora, vi saluta!
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Il fatto è che, affrontare un trasloco è già di per sé un colossale sbattimento, se poi gli si aggiunge la variante “trasloco all’estero in una casa provvisoria” le cose si complicano non poco; perché bisogna fare scatoloni differenziati, bisogna sapere esattamente quello che servirà subito e quello che invece potrà esser messo in un magazzino nell’attesa di trovare la sistemazione definitiva. E quando il processore del tuo cervello è già saturo di pensieri e faccende da sbrigare, lo sforzo decuplica. Per fortuna che hanno inventato l’internet, che il traslocatore che non mi spennasse l’ho trovato su http://www.anyvan.com e nel giro di un paio di settimane ho ottenuto il preventivo più basso e con 1200 euro, tutto compreso, me la sono cavata. Ma come calcoli quanta roba dovrai caricare se sei convinto di avere la metà delle cose che in realtà saltano fuori dai tuoi mobili? E non è che poi dici “va beh, al massimo se resta indietro qualcosa, lo vengo a recuperare”, perché sono 1500 km di distanza da percorrere in un senso e nell’altro, non proprio una scampagnata! Ansia.
Per fortuna che mia madre mi ha dato una mano, armata di tutta la pazienza del mondo, tutta la pazienza del mondo delle Bilance, pazienza che era rimasta in fondo al vaso impigliata nella speranza, ma che con un calcio rotante deciso e micidiale è riuscita a saltar fuori prima che lo stesso si richiudesse e ha trovato fuori ad aspettarla una Bilancia, appiccicandocisi. Certo, nessuno le aveva detto che un giorno si sarebbe ritrovata a far scatoloni con un Capricorno, testardo come un mulo e ossessionato da ordini mentali che rasentano la malattia. Il giallo con l’arancione e il rosso, il verde con l’azzurro, i quadrati coi rettangoli e mai (mai!) con un ovale. Le medicine in tre scatole diverse, a seconda della sintomatologia, i bicchieri con lo stelo insieme ai bicchierini da liquore ma mai (mai!) con le tazzine da caffè. Le sciarpe coi guanti e l’attrezzatura da campeggio, le mutande con le calze e mai (mai!) insieme ai pigiami estivi. La pazienza di mia madre Bilancia nel sopportare la figlia Capricorna che disfa gli scatoloni da lei riempiti è di gran lunga la cosa più figa uscita dal vaso.
Ma tra le cose fighe di tutta questa avventura ce n’è una che mi ha attraversato il corpo come la 220. La festa. Ho invitato più o meno tutte le persone che avrei tanto voluto salutare di persona prima di intraprendere la nuova vita bretone, all’incirca 300. Gente con cui ho lavorato in questi anni, gente con cui ho studiato, gente con cui ho ballato, amato, sudato, pianto, suonato, condiviso, mangiato, collaborato. Ho invitato gente, la mia gente. E ho fatto la festa nel posto che più mi rappresentava, il Boh?! café di Milano, il bar in cui ho lasciato fegato-cervello-cuore per diversi anni ed in cui ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare le persone speciali di cui spesso ho parlato. E ho fatto una festa nel modo che più mi rappresentava, con tanti amici musicisti ad animare la jam session più improvvisata nella storia delle jam session, con tante tantissime caramelle gommose da mangiare a manate piene, con il mio migliore amico ad infuocare la pista da ballo con la sua tamarraggine party edition. E a questa festa sono venuti quasi tutti, ed è durata quasi 10 ore, ed è stata quasi perfetta e tutti questi quasi sono qui solo perché ancora un pochino di modestia mi è rimasta, perché mi sono sentita la donna più speciale del mondo, mi son sentita Pandora il primo giorno in cui è stata creata; ammirata dagli dei, riempita di regali di ogni genere, spronata ad andare nel mondo con sicumera e spavalderia. Ovviamente non ho retto a questa botta d’amore globale (e ai litri d’alcool ingeriti) e ad una cert’ora ho iniziato a disidratarmi dagli occhi, per ogni persona che andava a casa, o quasi, lacrime grosse come palle da biliardo e singhiozzi che parevan sincopi e continuavo a ripetere che sembravo una donna incinta in pieno sbalzo ormonale.
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Era ed è proprio così, perché questo progetto è il mio bambino, l’ho portato in grembo per un anno e mezzo ed ora sta per vedere la luce e tutti, o quasi, mi hanno sostenuta ed aiutata a portarla avanti sta gravidanza. Io non lo so come crescerà questa creatura, nessun genitore lo sa prima, ma ci si auspica che venga su nel migliore dei modi, a nostra immagine e somiglianza. Ci sto provando, son curiosa di vedere come andrà, ma fino ad ora sono orgogliosa delle premesse, del supporto e della forza di volontà che non mi ha mai abbandonata. E sono orgogliosa di avere 36 anni e di poter urlare a gran voce che ho un sacco di amici, ma di quello veri, che hanno capito chi sono, che conoscono me e non una proiezione dell’idea che posso dare di me, e a costo di gettare quel briciolo di modestia rimasta posso affermare con certezza che sto vaso di Pandora ha davvero dato un senso al mio passaggio, e che se anche sarà la più grande cazzata della mia vita sarò riuscita a liberare tutto il suo contenuto, non sarà rimasto niente indietro, tanto meno la Speranza!
Ed ora spengo la luce e dormo per l’ultima volta nel mio Olimpo, con un sorriso che va da orecchio ad orecchio ed il cuore che rimbalza.

THE DAY I’VE STARTED TO LIVE – Il giorno in cui ho cominciato a vivere

Il servizio tv di Tagadà su LA7 dove racconto un po’ la mia storia

Sono trascorsi mesi dall’ultimo post su questo blog ed i motivi sono svariati. Ho anticipato di qualche giorno il mio rientro dalla Bretagna per gravi motivi familiari per cui la questione “casa in affitto” si è risolta un po’ frettolosamente grazie all’aiuto della mia cara amica di Brest, Marylise. Potrò provvisoriamente vivere in una bellissima casa di campagna di proprietà di sua cugina Sylviane, in un posto incantevolmente immerso nella natura ma anche un po’ più lontano dalla posizione inizialmente ricercata. Ma anche se non è la soluzione definitiva non potrò mai finire di ringraziarle per avermi quantomeno risolto il problema dell’alloggio.

Dicembre e gennaio sono stati mesi molto duri, in cui non sono riuscita a fermarmi neanche un attimo e, di conseguenza, ho posticipato tutto ciò che riguardava la progettazione della mia ape e i preparativi alla partenza, ma la testa era davvero altrove e la sofferenza troppa, anche solo per poter immaginare di dedicarmi a cose per cui ci vuole una certa serenità d’animo. Ci siamo passati tutti, chi più chi meno, ma la malattia e il lutto richiedono sempre uno sforzo superiore ed io non sono proprio riuscita a gestire altro se non il dolore del momento. Il mio compleanno, Natale e Capodanno non sono andati come mi ero auspicata: dovevano essere gli ultimi della vita italiana, ricchi di amici e feste, spensierati e pieni di ottimismo per il futuro. L’unica cosa che ricorderò sarà comunque la presenza costante delle persone che mi vogliono bene, vicine e lontane, il mio personale forziere ricco di meraviglie!

Ed è così, grazie al mio tesoro, che custodirò sempre molto gelosamente, che una mattina mi sono svegliata e ho cominciato a vivere.

Il 30 gennaio è la data in cui ho ufficialmente smesso di lavorare come montatrice video. E’ stata una giornata strana, era un sabato per cui al lavoro in ufficio eravamo in pochi ed io ero sola nella mia sala di montaggio. Ho mentalmente ripercorso gli anni della mia carriera, ho riguardato vecchi servizi montati, ho sistemato le timelines ancora in lavorazione, riordinato i documenti e poi, con le mani tremanti sulla tastiera, ho cliccato su “Quit” ed ho chiuso l’Avid. Non scherzo quando vi dico che ho sentito il cuore  accelerare, gli occhi allagarsi e gli angoli della bocca sollevarsi quasi a toccare le orecchie. E’ stata una sensazione realmente fisica, l’ho assaporata tutta, in quel misto di tristezza e gioia che è così spaventoso ma al contempo meraviglioso e che mi ha accompagnata durante tutto il tragitto in metropolitana per il rientro a casa.

Qualche giorno prima avevo portato a termine altri importanti passaggi per il futuro bretone; ho chiuso la partita IVA, aperto il finanziamento per l’ape e inviato la raccomandata di disdetta per la casa di Milano. Documenti, carta, email, niente di più effimero eppure tre pietre belle pesanti posate sulla mia nuova strada, tutta ancora da costruire ma su cui già ho mosso i primi passi.

Ciò che un anno e mezzo fa sembrava solo un folle pensiero sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più reale ed è bellissimo veder crescere questa creatura, plasmarla a mio piacere e mostrarla a tutti. Le preoccupazioni sono sempre tante, i documenti da fare sono infiniti, le spese da sostenere anche, ma non sono allo sbaraglio, ho tutto molto chiaro in testa e un così folto gruppo di sostenitori che comunque andrà sarà un successo!

Che dire poi della bizzarra notorietà scatenata dal servizio su LA7, per cui non posso far altro che ringraziare Francesco Maddaloni e Rita Ferrari? Dopo aver trascorso anni a confezionare le storie di altri, mi sono ritrovata in prima persona a parlare della mia vita davanti a una telecamera ed il risultato finale è stato un servizio carinissimo in cui mi riconosco perfettamente.

L’ape è finalmente stata ordinata e so che siete impazienti di sapere che colore ho scelto per la mia carrozza. Potevo forse scegliere dei colori spenti che non rispecchiassero per niente il mio carattere e la mia persona? Adoro le domande retoriche, chiedo venia. Bene, l’ape TaragnainBretagna sarà FUCSIA e ARANCIONE! Non potranno non notarmi, anche se già il capello ROSSO SEMAFORO è d’aiuto nel non passare inosservati. Ora, provate ad accostare questi tre colori e ditemi se già non vi sentite più allegri; sarò di parte, certo, ma solo a immaginarla mi mette il buon umore.

Tasselli, tessere del domino, pezzi di puzzle… ho in testa una fotografia precisa del giorno in cui, per la prima volta, salirò sulla mia ape e venderò la prima porzione di polenta.

Ci sarà un cielo a nuvolette degno dei migliori cieli bretoni, la temperatura al suolo sarà di circa 14°, vento moderato ma presente. L’ape sarà parcheggiata al centro di una piccola piazza in un paesino con le case tutte di pietra, intorno ci saranno le bancarelle del mercatino delle pulci. Si avvicinerà una signora, avrà il naso arrossato dalla vita in prossimità delle scogliere oceaniche e da qualche bicchiere di sidro in più. Mi chiederà di farle una crepe e io le spiegherò che la mia specialità è nuova in bretagna, ma che arriva da una lunga tradizione italiana e che, dove vivevo prima, era un piatto tipico dei pranzi invernali. Non riuscirò completamente a convincerla, ma la sua presenza davanti all’ape attirerà altri curiosi e poi, un po’ senza accorgermene, allungherò la vaschetta al signore col cappello di lana blu e gli dirò di fare attenzione che scotta. Lui assaggerà e mi dirà “Vous m’avez dit que s’appelle comment?” e io, col cuore che accelera, gli occhi che si allagano e gli angoli della bocca che toccano le orecchie gli risponderò “Elle s’appelle taragna, polenta taragna mais si vous préférez on pourra bien l’appeler LA TARAGNE DE         BRETAGNE”.

 

I STILL HAVEN’T FOUND WHAT I’M LOOKIN’ FOR – Non ho ancora trovato ciò che cerco

Tanti anni fa, quando ero ancora una ragazzina delle medie, mi dilettavo a scrivere in inglese usando le frasi delle canzoni che ascoltavo. Il mio repertorio musicale straniero era piuttosto ridotto, dato che mi sparavo delle vere e proprie maratone di Queen dalla mattina alla sera, inframmezzate molto spesso dall’ascolto degli U2 e null’altro. Così era molto facile farmi felice al compleanno e a Natale, bastava regalarmi i libri dei testi tradotti dei Queen o degli U2, ed io trascorrevo ore ed ore a leggermeli, a studiarmeli, ad imparare le frasi e poi a mischiarle per scrivere un nuovo testo in perfetto inglese. Ai tempi non c’era ancora internet, sembra di parlare della preistoria, me ne rendo conto, ma io non avevo altro mezzo per imparare l’inglese, dato che a scuola avevo scelto il francese come lingua straniera. Sì, ho fatto qualche corso extra, per avere almeno un’infarinatura di grammatica inglese, ma posso affermare con certezza che nulla mi sia servito di più dell’ascoltare canzoni in lingua e farne l’analisi del testo da autodidatta. Con l’avvento di internet poi le cose sono decisamente migliorate ed ora, dopo anni trascorsi a guardare serie tv in lingua originale con sottotitoli, posso dire di sapere parlare abbastanza bene in inglese, anche se con marcato accento americano, di capire se mi parlano e anche di saperlo un po’ scrivere. Faccio parecchi errori, ma nulla di poi così grave. Insomma, ho saputo cavarmela da sola e ne vado molto fiera.

Tutto questo preambolo per dire che oggi ascoltavo la radio ed hanno passato questo pezzo degli U2 e l’ho trovato tremendamente appropriato alla situazione che sto vivendo.

Eccola qui, musica e parole, w l’internet!

Sono in Bretagne da una decina di giorni, alla ricerca della casa dei miei sogni, mi sono data da fare fin dal primo giorno ma sono riuscita a visitarne solo tre. Qui appena viene messo online l’annuncio per una casa, e per casa intendo una villetta con giardino, nel giro di pochissimo tempo viene affittata. Questo succede perché l’offerta di case di questo tipo è scarsa, per quanto riguarda gli affitti, per cui chi come me sta cercando una soluzione con giardino ci mette poco a decidersi e prende la prima disponibile. Va precisato anche che qui, molto spesso, i contratti d’affitto sono annuali, per cui è difficile trovare qualcosa di definitivo.

In questi giorni mi sono scontrata anche con il razzismo di certe agenzie immobiliari che non appena hanno capito che ero italiana hanno iniziato a inventarsi condizioni impossibili di garanzia per aver diritto a fare un’offerta. Le case dei particuliers (dei privati) sono proprio poche, specie nella zona in cui sto cercando, dato che è una zona molto turistica nel periodo estivo e tutte le case vengono tenute sfitte durante l’anno perché tanto, con il solo affitto dei mesi estivi, il guadagno è alto. Diverso sarebbe se volessi comprare. Case in vendita ve n’è un migliaio, di tutte le tipologie e per tutte le tasche, ma a me la proprietà privata sta stretta, le banche e i mutui mi mettono ansia e mi sembra di privarmi della libertà di prendere e andare quando mi pare e piace. Può sembrare stupido, ma non avendo nemmeno il desiderio di una prole, non vedo proprio il valore di un immobile che poi, nel momento in cui si ha bisogno di venderlo, resta lì per mesi e anni in attesa che qualcuno se lo compri. Perché la realtà è questa, non veniate a raccontarmi balle! Sono rari i casi in cui, una casa messa in vendita, resta sul mercato per poco tempo, per cui, a conti fatti, andare in affitto mi libera dalla preoccupazione di non potermi più permettere un mutuo e di dover aver bisogno di capitale e di poterlo avere solo una volta venduta la proprietà. Però trovala una casa in affitto quassù!

Ed io l’avrei anche trovata la casa dei miei sogni, o che ci si avvicina molto.

Potete vederla cliccando qui.

E’ esattamente come la sognavo, tutta in pietra, in campagna ma non troppo, a pochi minuti dal paese, che potrei anche arrivarci in bici o a piedi, a dieci minuti d’auto da Douarnenez, dieci dal centro commerciale, venti da Quimper, dieci dall’Oceano. E dico dieci minuti dall’Oceano, ad andare piano, guidando come una vecchia bretone. Purtroppo però devo attendere la risposta dell’agenzia immobiliare, alla quale ho inviato copia delle dichiarazioni dei redditi degli ultimi due anni, copia dei versamenti per l’affitto della casa di Milano degli ultimi 3 mesi e copia degli ultimi 3 cedolini di lavoro. All’agente ho pure detto che la mia banca è disposta a fare una fideiussione di 3 o 6 mesi pari alla somma dovuta per l’affitto. Ho anche specificato che ho amici che mi conoscono qui, pare si usi chiedere agli amici di fare da garanti. Sono stata carina durante la visita, ho detto almeno dieci volte “ah, c’est vraiement joli!”, ho mandato via mail i documenti nel pomeriggio, subito dopo aver visto la casa, ho detto più volte che sarebbe stata proprio la casa perfetta per iniziare una nuova vita. Insomma, mi sono mostrata più che interessata. Questo accadeva venerdì, ora è lunedì sera e la agente immobiliare non si è fatta sentire, ho provato a chiamarla oggi pomeriggio, ma non ha risposto al cellulare, allora le ho mandato un sms con la scusa di chiederle se servissero altri documenti per l’apertura del dossier, ma non mi ha scritto nulla.

Sono preoccupata, ho paura che il proprietario non voglia affittarla a me, ho paura che le garanzie non bastino, ho paura che sia già stata affittata ad altri, perché qui in Francia hanno la terribile usanza di dare a più agenzie immobiliari il mandato di gestione, ho paura di dover ricominciare da capo a cercare tra le pochissime offerte su internet e poi ho paura, al contrario, che questa casa sia una sòla, che fosse sul mercato da così tanto tempo perché ha delle magagne incredibili e io non me ne sono accorta. Ho mille paure, è normale certo, ma questa sera avrei tanto voluto scrivere un post dal titolo differente, avrei voluto stappare la boccia di Bordeaux speciale che mi sono comprata per festeggiare la stipula del contratto, avrei voluto chiamare tutti gli amici e i parenti che sono in attesa di mie news e gridare al telefono “l’ho trovata! E’ mia! E’ fatta!”. Però se poi penso che sono passati solo dieci giorni mi calmo un po’, perché non posso pretendere di risolvere tutto in così poco tempo, ma l’ansia è fisica e palpabile e aggravata da una situazione familiare complicata e dolorosa.

Così questa sera mi sono preparata un super hambuger, con scalogno, insalata, prosciutto cotto alla piastra, formaggio “Petit breton” fuso e maionese senapata, perché il junk food mi risolleva sempre il morale e poi ho iniziato a scrivere il blog, perché scrivere mi rilassa e mi permette di condividere un po’ le mie angosce e le mie paure, anche se solo virtualmente, ma è come se il carico che mi porto addosso si alleggerisse un pochino ogni volta che scrivo la mia storia.

Chi può dirlo poi, magari questo post sarà di buon auspicio e domani mattina sarò svegliata dalla telefonata dell’agente immobiliare che mi chiede quando posso passare dall’agenzia per firmare i documenti.

Ovviamente, per sapere come andrà a finire, dovrete aspettare che aggiorni il blog, oppure scrivermi o telefonarmi, perché ora come ora l’ultima cosa di cui ho bisogno è di sentirmi sola.

IT FEELS LIKE HOME – Sento già il calore di casa

la colonna sonora del mio primo viaggio da sola in Bretagna.

Manca pochissimo ormai al prossimo viaggio nella mia terra promessa ed il cuore ha iniziato ad accelerare, perché tutto il mio corpo sta lavorando intensamente 24 ore su 24. Sento proprio il sangue scorrere nelle vene, lo sento andare ovunque per poter dare energia ai circuiti; lo sento nel cervello, quasi scricchiola da tanto lo sto spremendo, lo sento nel fegato, affaticato per la continua richiesta di energie, lo sento nello stomaco, tutte le volte che digerisco nuove avversità. Ogni centimetro del mio corpo è attraversato da questo prodigio caldo e nutriente, non riesco a star ferma, non riesco più a rilassarmi, non riesco più a dormire e se già prima ero un’insonne patologica ora sono proprio a livelli preoccupanti di sovraccarico del sistema.

La mia giornata-tipo inizia laddove la precedente non ha avuto termine, in un susseguirsi di click frenetici sui siti immobiliari del Finistère. Ho quasi imparato a memoria la geografia del dipartimento, so i CAP di tutte le città tra Douarnenez e Quimper e anche qualcuno di posti un po’ più lontani.

Ho visto case che voi umani non potete neanche immaginare, le ho viste comparire e scomparire in un soffio e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Audierne. E tutte quelle case sono andate perdute nel tempo, come lacrime nella pioggia.(cit.)

Tutti i giorni, più di tre volte al giorno, visito almeno 4 siti differenti. Il più gettonato è leboncoin.fr,  ma ve ne sono almeno altri 2 molto validi, come briec-immobilier e ouestfrance-immo. Alcune case le conosco a memoria, ma il momento più bello è quando finalmente qualcuno pubblica un annuncio nuovo, per una casa che magari si trova proprio dove la sogno. In quel momento vengo assalita da vampate, nel tempo di un battito di ciglia già mi immagino ad arredarla, cerco di visualizzare la faccia dei proprietari e faccio le prove ad alta voce per la mia proposta di diventare inquilina. Vi lascio solo immaginare il senso di vuoto che mi prende quando una di queste case sparisce dalle pagine web. Mi immagino la faccia soddisfatta dei nuovi occupanti, la vedo proprio fisicamente, il mio cervello scatta delle Polaroid nitidissime dei miei voli pindarici.

Come se non bastasse trascorro le giornate ad immaginarmi mentre entro in banca, per aprire il mio primo conto francese. Quanti soldi verso? Se metto 50 euro sul conto sembro una poveraccia o bastano per avere le carte in regola, cioè giusto per dire al proprietario di casa che “hey, ho un conto in banca qui, mi devo trasferire sul serio, mi affitteresti casa?” E poi cosa penserà di me il tizio della banca? “Eccola la pezzente italiana che vien qui a giocare a fare la bretone”. Ce ne metto 1000? Così poi faccio la figa e pago con la mia nuova fiammante carta di credito franzusa la crepe jambon-fromage nel bistrot all’angolo?  E poi cosa faccio, vado in prefettura a domandare i documenti per il cambio residenza?

Aiuto.Testa fermati! Cuore, santo cielo, piantala di mandargli tutto sto sangue che mi sembra di fare la verticale da tre ore!

La realtà è che ho paura, una paura fottuta. Questo sentimento cresce di giorno in giorno e a volte ne sono completamente sopraffatta; mi blocco, le mani tremano e i capelli si sfibrano. Addirittura ho perduto la cognizione del tempo. Non so bene che giorno della settimana sia, non so la data, non capisco come 4 ore trascorrano nel giro di 10 minuti. Questa potrebbe anche essere la conseguenza della mancanza di sonno, ne son certa, ma è anche dovuto alla strizza del passo che sto per compiere, perché mi sento proprio così, in piedi, con di fronte un ponte sospeso da attraversare e c’è un vento pazzesco.

Lo so che è normale avere paura, in fondo sto per cambiare vita, lasciandomi alle spalle un lavoro in cui sono molto brava per andarne a fare uno completamente diverso, mi voglio trasferire in campagna arrivando dalla città ma soprattutto sto lasciando tutti qui. Là negli anni mi sono fatta un po’ di amici, persone d’oro che sono entrate nella mia vita per caso e che mi hanno aiutata tantissimo, ma non abitano dove voglio andare io, non saranno a portata di mano per un’uscita serale o per un pomeriggio di shopping. E il cuore batte, batte all’impazzata. Io che odio la solitudine ma che amo star sola, io che vorrei un abbraccio quando mi sento giù ma che se invadi troppo il mio spazio mi ritraggo come una chiocciola. Pumpum, pumpum. Però voglio così tanto questo cambiamento, pumpum, sento che mi darà vita nuova, pumpum, sto già scegliendo le bomboniere per il matrimonio con l’uomo che riuscirà a convincermi a sposarlo, pumpum, la sera avrò i piedi stanchissimi per tutte le ore in cui avrò servito polenta, pumpum, lunedì mattina andrò al mercato a fare la spesa, pumpum, appena farà un po’ caldo mi lancerò in acqua per nuotare un po’, pumpum, mi mancherà mia madre e spero di non dover stare troppo in pensiero e che tutto vada per il meglio, pumpum, farò videoconferenze su skype con i miei amici per poterli sentire tutti e non passare ore al telefono, pumpum, taglierò l’erba del giardino e Chupito si farà delle scorpacciate incredibili, pumpum, pumpum, pumpum…. sono esausta, è troppo, tutto insieme non riesco a gestirlo, devo impormi un po’ di sana vita alla giornata, come se fosse facile per un Capricorno come me, calcolatore, pianificatore e inguaribile pessimista, ma posso farcela, devo farcela e voglio farcela. Fortuna che ho il blog, in cui posso metter tutto per iscritto e, una volta riletto, fare un lungo e profondo respiro, cliccare su pubblica e finalmente chiudere gli occhi perché le magiche goccine della buonanotte hanno fatto effetto.

BITTER SWEET SYMPHONY – Un sapore dolce e amaro

Vivo da sempre nella musica, ogni mio pensiero ha una precisa colonna sonora. Consiglio di leggere questo post con il volume al massimo! Fate click qui, non ve ne pentirete 😉 Read More

IT’S TIME TO DANCE! – Ora sì che si balla!

Ho appena chiuso una telefonata surreale con una ditta di traslochi che mi ha contattata per avere maggiori informazioni circa la quantità di cose da trasportare in Francia e sul luogo esatto di consegna. Al telefono una signora dal forte accento del sud, forse siciliano ma non ne sono sicura, alle sue spalle il marito che continuava a parlare mentre lei mi faceva domande. Capisco a stento quello che mi dice lei, figuriamoci con il marito che fa ulteriori domande in sottofondo. Dopo essermi fatta ripetere tre volte la stessa cosa ho iniziato a ridacchiare come una scema, perchè mi sono sentita quasi straniera. Alla fine però ce l’abbiamo fatta e presto mi invieranno un preventivo via mail.

Ed ora sono qui, con un sorriso ebete stampato in faccia, che mi immagino il giorno della partenza e il momento in cui tutte le mie cose, ape compresa, saranno scaricate nel giardino di casa, che ancora non ho trovato ma che a novembre, ne sono sicura, troverò.

Questo tipo di eccitazione è molto simile a quello che si prova sulle montagne russe, quando il trenino arriva in cima alla salita e fa gli ultimi “stac.stac.stac.”, quasi fermandosi, prima della vertiginosa discesa. E’ un misto di paura, brivido e adrenalina, è quel momento in cui pensi “ma chi diavolo me l’ha fatto fare di salire su sto coso!” e poi il trenino si lancia, urli, ridi, riprendi fiato e urli ancora, ma ti stai divertendo come un matto. Non so ancora se avrò il coraggio di staccare le mani dalla barra e librarle nell’aria, ma quello di cui sono certa è che mi sento felice per quello che sto facendo, mi sento carica e determinata.

Nel frattempo ho inviato alcune mail di richiesta preventivo anche alle ditte che fanno gli allestimenti delle Ape Piaggio, essendo agosto sono quasi tutti in ferie, per cui conto di prendere appuntamenti per settembre, così come con la banca, per parlare di finanziamento, chiusure conti e altra burocrazia spiccia.

Sta accadendo, sta accadendo sul serio. Il trenino è lanciato verso il primo avvitamento e poi ci sarà il giro della morte e un’altra lunga discesa. E io sono sul primo carrellino, un braccio l’ho già staccato, l’attrito dell’aria lo spinge indietro con forza, ma io ho il palmo aperto e i muscoli tesi per contrastare questa forza. Sto pensando che voglio rimettermi in fila e rifarlo altre mille volte. Vorrei riuscire a condividere questo stato d’animo con gli amici, vorrei dagli un po’ di questa carica che mi pervade, e al contempo vorrei metterne un po’ da parte per i giorni bui, perché arriveranno prima o poi, perché il trenino, per poter correre veloce sulle rotaie, deve prima affrontare tutta la salita, attaccato a un gancio che lo traina passivo.

Non è un male sapere che c’è sempre un momento di stallo nella vita, è solo una considerazione che sono contenta di fare, perché ho acquisito consapevolezza con il passare degli anni e le salite sono durate sempre meno. Ci sono state, non lo nego. I miei momenti neri li ho avuti, non sapevo se ne sarei uscita di nuovo, perché è questo che fa la depressione, ti leva la lucidità di sapere che potrai uscirne e non è questione di forza di volontà, è questione di forze che ti mancano e vi assicuro che per pianificare tutto quello che sto pianificando di forza ce ne vuole parecchia e dev’essere costante se no torni per terra e sbatti il culo!

Vi aggiornerò sugli sviluppi futuri, vi farò sapere anche i costi, perché sognare è bene ma tutto ha un prezzo. Ora preghiamo solo che la mail che attendo sia comprensibile! 😉

Stage done! Let’s go party – Stage finito, ora festa!

5 giorni di stage, 5 giorni di full immersion in una classe di 25 persone di cui 24 parlanti francese e una italiana pratica dell’idioma ma palesemente in difficoltà a seguire quando iniziavano a parlare tutti insieme. Il corso era dalle 9 del mattino fino alle 17, con una pausa pranzo di poco più di un’ora, quindi 7 ore piene a seguire lezioni di economia di base per una piccola impresa, di gestione del capitale e di versamento di tributi. Vi assicuro che non è stata una passeggiata. Arrivavo a casa alla sera, a casa dalla mia amica Marylise di Brest, cucinavo qualcosa per sdebitarmi dell’ospitalità e poi, poco dopo cena, arrivavo in camera e crollavo morta a letto. Un fatto di per sè eclatante, dato che solitamente gli occhi non mi si chiudono mai prima delle 2 di notte!
Così dopo aver parlato con più persone del mio progetto, sia potenziali concorrenti che semplicemente esperti del settore finanziario, mi sono sentita sempre più nel vivo dell’esperienza, il libro della nuova vita è definitivamente aperto, anzi, direi che siamo anche già a pagina 20, il che è un buon punto, dato che avevo addirittura paura ad aprirlo…
mi sembra di avere un sacco di tempo a disposizione, in realtà so che arriverò a fine anno in un batter d’occhio e nel frattempo dovrò aver già ordinato l’Ape e trovato casa. Una cosa per volta? Non è più possibile, ora è “tutto o niente”, e quando mi hanno consegnato l’attestato di partecipazione allo stage mi sono sentita proiettata nel vortice delle mie nuove priorità, è stato liberatorio e potente. Lo stage non era una barriera, tutti saremmo passati e risultati abili all’attività di impresa individuale, ma per me aveva un significato più grande, era l’attestato della fattibilità del mio progetto ed ora che questo muro è stato scalato posso vedere al di là e ciò che ho davanti è misterioso e bellissimo allo stesso tempo. Sono fiera di me per il fatto che se mi prefiggo una cosa la porto fino a fondo, a volte anche a costo di fallire, ma testona come sono non mettetevi in mezzo ad ostacolare il mio cammino, potrei incornarvi!
Venerdì sera per festeggiare sono uscita con Sabrina, coinquilina di Marylise et Frédéric, una ragazza Alsaziana innamorata come me della Bretagna, che ha mollato tutto per seguire il suo sogno di vivere qui, nella terra che finisce. Mi son sentita subito molto in sintonia con lei, forse anche per la passione che ci accomuna, di certo so di aver già un’amica in più qui, per quando mi trasferirò.
Sabato è ufficialmente ricominciata la mia vacanza e ho deciso di andare nei Monts d’Arrée a trovare il mio amico Alain, detto Bill il Korrigan. Abbiamo fatto serata alla cooperativa della ressourcerie di Carhaix, dove festeggiavano i 10 anni dell’associazione e dove ho avuto modo di conoscere altre interessantissime persone, tipo la più grande collezionista di patate. Sì, avete capito bene, patate! Abbiamo di fatto riso un sacco di questo “hobby”, anche perché pensare che potesse avere centinaia di patate diverse chiuse in una vetrina mi ha fatto sganasciare. Sono quasi rimasta delusa dal fatto che la collezione fosse in realtà costituita dalla quantità di tipi di patata che coltiva Lucille. Dormire da Alain è sempre un’esperienza mistica, dato che i servizi igienici sono esterni alla abitazione e che il mio letto personale è il grande divano di pelle davanti al camino, ma pensare che lo conosco da 11 anni e che ogni volta è come se ci fossimo visti il giorno prima, è una cosa che mi conforta parecchio.
La domenica parto in direzione Erdeven ma la giornata prevede sosta a Pont l’Abbé, per la Fete de Brodeuses, in pratica la festa della Bigoudène, le “vecchie bretoni” di cui Battiato parlava in “Centro di gravità permanente”. Una festa enorme, tra le vie e i parchi della petite ville, con concerti su due diversi palchi di musica tradizionale e balli popolari. Sidro, crepes, moules et frites, barbe à papa. Tutto quello che serve perchè la sagra riesca bene. E così è stato. Le cornamuse bretoni (biniou), la bombarde, i flauti e i violini. Un’atmosfera perfetta che ancora una volta aveva il gusto di casa.
Di sera mi sono incamminata verso casa di Pippo e Typhaine, altri amici, stavolta nel Morbihan. Conosciuti 4 anni fa grazie al Couchsurfing, abbiamo continuato a sentirci ed ogni volta è un piacere rivedersi e trascorrere qualche giorno insieme.
Lunedì sera siamo andati a St. Cado alla festa dei pompieri, musica in piazza e fuochi d’artificio dalla piccola casetta sull’isola di fronte al paesino. Molto suggestivo anche se qui i fuochi sono decisamente meno che in Italia, le amministrazioni comunali dispongono di piccoli budget per questi eventi. La cosa più bella era che, per poter vedere meglio i fuochi, hanno spento tutte le luci del paese. Sembrava davvero di esser tornati nel passato!
Martedì, 14 luglio, festa nazionale e ovviamente diversi eventi sparsi per tutta la regione. Al pomeriggio son andata con Pippo al Troc et Puces di Etel, il mercato delle pulci. E’ un mercato molto popolare in Francia, anche se spesso si tratta solo di bancarelle che vendono chincaglieria di ogni tipo, ma è un momento di comunità, per cui solitamente frequentato da molte persone. Typhaine nel frattempo è partita per una vacanza di una settimana alle baleari con una sua amica, è stato bello salutarla e dirle “a presto”, io ormai con la testa sono già qui!
Alla sera festa del Mare a Plouhinec insieme ai colleghi e amici di Pippo. Menù a 13 euro con scamponi, tonno alla griglia, bigné alla crema gigante. Satolli e alticci siamo andati a prender posto sugli scogli per assistere ancora una volta allo spettacolo dei fuochi d’artificio. Plouhinec è sulla costa di fronte a Etel, i due paesi sono separati dalla Ria d’Etel per poche centinaia di metri, per cui su entrambe le sponde c’era gente appostata per godersi la magia e quando i fuochi sono finiti è stato incredibile sentire gli applausi scrosciare lungo tutto l’estuario.
Oggi è l’ultimo giorno di questa vacanza-studio, come sempre mi assale una grande tristezza prima di partire, per di più oggi ci sono le nuvole basse e la pioggerellina fine fine che da fastidio e ti inzuppa per bene. Stasera torno da Marylise a Brest, visto che mi ha gentilmente offerto un letto nonostante debba svegliarmi alle 4 per andare a prendere l’aereo delle 6:30. Ciò che è diverso stavolta è che so che questa tristezza durerà un soffio, a novembre sarò di nuovo qui alla ricerca di casa e questo pensiero è talmente enorme che mi vien la tachicardia, per l’eccitazione e la paura insieme. Il conto alla rovescia è più che mai attivo, io sono un pentolone d’acqua in ebollizione, non conviene mettermi il coperchio perché può saltar via, sogno la mia casa ogni notte, spero di trovarla così come la immagino. Avrò le mie galline, probabilmente Mario, l’oca del Canada, forse un cane un giorno. Ci sarà l’orto, delle aiuole fiorite, il prato all’inglese. Alle finestre saranno appesi degli ornamenti in stile marinaro, piccoli legni trovati sulla spiaggia, conchiglie e lampade a olio, la mia cucina sarà spaziosa, finalmente, ci sarà posto per l’isola e per un frigorifero enorme in cui far stare il pesce che andrò a comprare al mattino presto sul porto. La mia stanza sarà colorata e accogliente, bella come quelle delle riviste di arredamento country. Avrò due bagni, uno al piano terra e uno al primo piano, avrò un piccolo ufficio in cui mettere il computer e continuare a lavorare come montatrice, ci sarà la lavanderia, con una bella asciugatrice e stendini enormi per i giorni di pioggia. Ci sarà il camino, un grande divano letto per gli ospiti in più, oltre a quelli che già saranno nella seconda camera da letto della casa, avrò un tavolo realizzato col legno dei relitti delle barche, al muro sarà appeso il piano del mio tavolo di Milano, quello che ci ho messo due settimane a realizzare con ritagli di mille foto prese dai giornali, ci saranno le foto dei miei amici, vecchi e nuovi, le foto dei miei viaggi e magari inizierò a dipingere. Ci sarà tutto nella mia nuova casa, mancherà solo una cosa ma sono sicura che sarà per poco, perché ogni filo d’erba che vedo tra le colline mi sussurra che tutto andrà bene, che la vita sarà più semplice, che sarò dove avrei sempre dovuto essere. Le gambe per casa non saranno sempre solo due, il rumore dei passi raddoppierà presto, il caffè nella moka basterà ad entrambi, avanzerà sempre un po’ di pasta dei due etti messi a cuocere e ciò che dimenticherò di comprare al mercato lo troverò il giorno seguente nella dispensa, perché ci avrai pensato tu. A volte sarai più disordinato di me, ma non sarà un grande problema, arrivati al punto in cui la casa esplode ci metteremo a riordinare insieme e mentre tu andrai a prender le uova nel pollaio io lancerò la palla al cane e innaffierò il basilico, e non ci stancheremo mai di raccontarci come quella sera al Super U, mentre eravamo di corsa perché stava per chiudere, ci siamo scontrati con i carrelli pieni e alla fine mi hai ceduto il posto in coda alla cassa. E di come poi, grazie alla magia del destino, ci siamo rivisti la sera stessa al pub e abbiamo iniziato a chiacchierare delle nostre vite e tu hai voluto il mio numero di telefono e da allora non abbiamo mai più smesso di parlarci.

REGGAE NATION – Storie di festival Reggae

A luglio in Bretagna, così come un po’ ovunque nell’emisfero Nord, data la bella stagione, è tutto un fiorire di festival musicali, feste di paese, ritrovi in spazi aperti e chi più ne ha più ne metta.
Se poi uno dei tuoi sport preferiti è leggere tutte le locandine appese nelle bacheche o sulle vetrine dei negozi, ti può capitare di trovare spunti interessanti per la pianificazione delle te giornate di vacanza.
Giovedì ero a Douarnenez, in giro per agenzie immobiliari, a farmi un’idea dei prezzi di locazione delle case, quand’ecco che mi imbatto in una locandina molto carina.
https://www.facebook.com/events/709527435836759/
Scatto una foto per avere tutte le indicazioni necessarie per trovare il festival e pianifico due giorni nello stesso posto, per avere la possibilità di andare a passare una lunga serata di musica e divertimento.
Dopo aver trascorso una notte a Benodet, in un airbnb molto grazioso e abbastanza economico, nonché essere andata a mangiare un kg di cozze all’Ile Tudy, image

di fronte a un tramonto mozzafiato, dirigo verso Audierne, una cittadina sull’oceano, centro nevralgico di smistamento per i turisti del Finistère du sud. All’ufficio del turismo mi trovano una stanza in una Gite d’étape, l’equivalente di un ostello privato, così mi prenoto due notti lì e inizio a scegliere che fare durante il weekend. La giornata di venerdì inizia con l’acquisto di un biglietto andata/ritorno per l’Ile de Sein, isola che si trova di fronte alla Pointe du Raz e sulla quale voglio andare da anni. Prenoto il posto per il sabato, perché il traghetto non è grandissimo e la disponibilità è limitata. Per finire la giornata vado alla plage de la Baie De Tréspassées, uno tra i miei luoghi del cuore e poi birretta alla pointe du Van, seduta sulla scogliera, ad ascoltar le onde e guardare lontano.
Verso l’ora di cena, dopo essermi sistemata per bene nella camera, dirigo verso Plozevet, dove ad attendermi c’è una festa reggae che saprà regalarmi grandi emozioni.
Quando arrivo scopro con piacere che c’è una bella organizzazione dell’evento, il parcheggio è enorme e si possono anche piantare le tende, l’ingresso per la serata di venerdì è 5 euro, ma si può anche acquistare il biglietto weekend per 10 euro, con 2 euro di sconto sulla giornata di sabato. Ovviamente, non sapendo ancora cosa avrei trovato, ho optato per l’ingresso singolo. Subito dopo si cambiavano i soldi con dei ticket del valore di 2 euro ciascuno, più un bicchiere di plastica dura a 1 euro, che sarebbe servito per prendere le consumazioni senza creare pattumiera dato che alla fine lo si può restituire ed avere indietro l’euro di cauzione. Già solo per queste quattro “cavolate” mi sono presa bene. Ma il bello è arrivato dopo!
Un’area Freak, con Tenda indiana, carrozzoni gitani, tenda berbera, giochi per bambini e adulti in legno, tendone con Sound System e Raggae Dancehall.
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Una zona con le bancarelle artigiane, dai prodotti bio ai giochi di giocoleria, dalle collane alle borse.
Il bar, con tutto a 2 euro.
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La zona ristorazione, con tre menu tra cui scegliere a meno di 6 euro, con i servizi di piatti di casa da lavare da sé nel punto “lavaggio” e restituire al banco. Zero sprechi di carta, di plastica e, ancora una volta, zero pattumiera.
Il teatro con in programma un live ogni ora e tra un gruppo e l’altro diversi djset.
“Ecco, questo è tutto ciò che mi aspetto da un festival” penso, mi ambiento all’istante e mi butto sullo shopping. C’è una ragazza che fa le trecce brasiliane e delle collane molto carine con i fili di cotone, entriamo subito in sintonia, lei parla pochissimo francese, comunichiamo metà in spagnolo, metà in franghese, che è un mix tra il francese e il portoghese.
Si chiama Amanda, è partita dal Brasile per venire qui nel Finistère insieme al suo ragazzo, che è del posto, le manca tanto la sua terra ma qui le piace moltissimo, è dolce e gentile e decido di aiutarla con le traduzioni con gli avventori della bancarella. Da qui in poi inizio a conoscere una serie di persone, finalmente chiacchiero per più di 10 minuti con qualcuno e mi bevo della birra in compagnia! Sì perché viaggiare da soli è un’esperienza che consiglio a chiunque, ma è vero anche che a volte, a seconda dello stato d’animo, può essere un po’ alienante e alla fine si ha voglia di contatto fisico e di rapporti umani.
Un po’ grazie anche alla birra mi lascio andare, i live si susseguono e i balli pure.
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Inizio a riconoscere le persone conosciute da poco, inizio a sentire qualcuno che mi chiama da lontano, inizio ad integrarmi.
Le 3 di notte arrivano in un batter d’occhio, le porte del festival si chiudono e si aprono quelle dell’accampamento. Qualcuno ha una chitarra e inizia a suonare, qualcuno canta e improvvisa metriche, io li seguo, la festa non può finire! Chris, Yvon, Kevin, Camille, Amanda… andiamo avanti a cantare e suonare fino alle 6 del mattino, per alcuni sono Sista Sara, per altri “l’italiana, chante encore! Quelle voix!”. Il sole sorge, sono sdraiata nell’erba con le gambe in su, chiacchiero con Kevin, sound designer di Concarneau con la passione per il reggae e la cucina, qualcuno mi offre un posto per dormire nel suo furgone, qualcuno offre birra, altri vorrebbero che la musica continuasse. Il mio traghetto per l’Ile de Sein parte alle 11:40, io non ho dormito, non sono rientrata nella stanza che ho pagato, ma nulla di tutto ciò mi importa…. sto bene, sono in pace, sono circondata da gente affettuosa e simpatica. Ecco il potere di questo festival, ecco il potere delle buone vibrazioni e dell’energia positiva.
Faccio un salto all’ostello giusto per ricompormi un attimo e alle undici eccomi pronta per imbarcarmi per la mia gita sull’isola.
La modalità “disagio post serata” era attiva e devo dire che affrontare un’ora di traghetto sul ponte, con l’oceano bello agitato e con la nave che beccheggia e senti un vuoto d’aria via l’altro, non è stato affatto facile. Ma poi ecco che si passa affianco alla Pointe du Raz….
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mi alzo in piedi, anche se la nave ondeggia niente male. Non l’avevo mai vista da un’altra prospettiva, la trovo commovente, bellissima, in splendida forma. Rivolgo come sempre i pensieri a mio padre, cerco di rimettermi un po’ in sesto perchè so che lui è qui e mi vede… potente il senso di ristoro di questi pensieri.
L’Ile de Sein è uno spettacolo, piccolissima, in tre ore la giro tutta. E’ piatta, il Sole è a picco e non c’è traccia di alberi che facciano ombra. Arrivo al faro dell’isola che sono brasata come un gambero, nonostante la protezione 50! Scopro troppo tardi che sull’isola, in questo weekend, si svolge un festival di musica di strada (e vai di festival again!) e all’arrivo del traghetto del ritorno alle 18:30 vengo sorpresa da uno spettacolo fuori dal tempo. Il traghetto arriva in porto, salutato da tutti gli isolani e da un coro femminile che canta canzoni tradizionali. La sorpresa più grande è vedere che sul ponte c’è una banda che suona e il coro effettivamente sta cantando la stessa canzone. Sembra una scena di Titanic, sembra un film ed io sono lì, pronta per andarmene. Gioia e delusione nello stesso momento.
Al ritorno un’altra piacevolissima sorpresa. La rotta è leggermente diversa da quella dell’andata, per via della marea montante e del mare forza 7 credo, fatto sta che passiamo ancora più vicini al mio luogo del cuore, vedo il Phare de la Vieille così vicino che potrei quasi toccarlo. Siamo nel Raz de Sein, la corrente tra gli scogli della Pointe du Raz. Credo di aver esclamato almeno un “wow” al minuto, c’erano due signore che pensavano fossi pazza e parlassi da sola e forse non avevano tutti i torti.
Davanti a me avevo un’intera serata e ovviamente ho deciso di tornare al festival. Molti si ricordavano di me, e per questo non smetterò mai di ringraziare i miei capelli, ma ho conosciuto altra gente ancora. Marie, Gildas, Roman… ho cenato in compagnia, danzato in compagnia, bevuto in compagnia e trascorso qualche ora in compagnia… poi ancora balli e jam session improvvisate nell’accampamento. Alle 5 saluto tutti e faccio rientro a Audierne, a 15 minuti di macchina da lì. Credo di essermi addormentata almeno tre volte in bagno prima di riuscire ad arrivare al letto, dove sono morta in una posizione talmente indegna che quando la sveglia è suonata non sentivo più metà corpo! Alle 12 ho liberato la stanza e dopo una breve, brevissima esitazione, sono corsa a Plozevet a trascorrere l’ultimo giorno di festival con i miei nuovi amici. Le forze mancavano un po’ a tutti, per cui la giornata è trascorsa in leggerezza e svacco, ogni tanto abbiamo ballato davanti al Wall of Sound, giusto per farci spettinare un po’ dai subwoofer, ma più che altro ho chiacchierato. Uno degli organizzatori mi ha invitata ad andare alla radio dove lavora a fare dei pezzi live, nonché mi ha offerto un posto in una squat a Caen. Un ragazzo, Yvon, non ha mai smesso di sorridere ogni volta che parlava con me, non ha mai rivolto lo sguardo altrove, non ha mai preso il cellulare in mano se non per darmi il suo numero. Roman mi ha promesso che mi scriverà presto, che passerà sicuramente da Milano e vorrà stare un po’ con me per vivere la città. La dolce Marie mi ha augurato tutto il meglio, anche lei mi ha invitata a Caen, Camille si è stupita di quanta gente avessi conosciuto in tre giorni, Amanda mi ha abbracciata come una sorella…. Insomma…. credo che se vent’anni fa avessi continuato a seguire la mia vocazione randagia ora sarei sicuramente una dei freak sul carrozzone, con i dread e gli abiti di canapa, a piedi scalzi da mattina a sera, perché mi sono ambientata così bene che dovevo esser per forza predisposta!
ALle 19:00 avevo appuntamento a Brest con Marylise, amica conosciuta 4 anni fa grazie a Couchsurfing che mi ha già ospitata altre volte, perchè l’indomani inizia lo Stage de preparation a l’installation, corso obbligatorio certificante per diventare artigiani in Francia.
Saluto tutti, ma proprio tutti, ricevo abbracci ed incoraggiamenti da ognuno e la cosa che più mi rende felice è pensare che l’anno prossimo, nel mese di luglio, sarò già residente qui!